Tumbleweeds
Barry Lyndon (1975) - Stanley Kubrick


No lad who has liberty for the first time, and twenty guineas in his pocket, is very sad, and Barry rode towards Dublin thinking not so much of the kind mother left alone, and of the home behind him, but of tomorrow, and all the wonders it would bring.

Barry Lyndon (1975) - Stanley Kubrick

No lad who has liberty for the first time, and twenty guineas in his pocket, is very sad, and Barry rode towards Dublin thinking not so much of the kind mother left alone, and of the home behind him, but of tomorrow, and all the wonders it would bring.

Bullitt (1968) - Peter Yates

Bullitt (1968) - Peter Yates

Triage




David: Why do war zones always have such miserable food?
 Mark Walsh: And you being a Scotsman, you’d know about cuisine would you?
 David: Oh here we go…
 Mark Walsh: Your entire menu looks like it was made in a fucking war zone!



4/10

Un film che cerca di indagare la psiche umana e ragionare sul senso di colpa. Peccato che esso non riesca nell’intento, proponendoci un’analisi approssimativa e superficiale che si risolve in maniera fin troppo scontata e prevedibile.  A nulla servono gli intrecci impiegati in fase narrativa e di montaggio per tentare di complicare la storia: la sua soluzione ci è chiara fin dai primi minuti del film. Come se non bastasse il protagonista, interpretato dal glaciale Colin Farrell, sembra seguire una logica tutta sua nel prendere decisioni apparentemente semplici ma che si rivelano avere un’importanza determinante. Unica nota positiva del film è Christopher Lee che riesce col suo talento a dar spessore ad un personaggio che, altrimenti, ne sarebbe stato privo. Non avevo grandi aspettative e, devo proprio dirlo, il film non ha fatto altro che annoiarmi e confermare le mie pessimistiche previsioni. Sicuramente un film da evitare.

Triage

David: Why do war zones always have such miserable food?

Mark Walsh: And you being a Scotsman, you’d know about cuisine would you?

David: Oh here we go…

Mark Walsh: Your entire menu looks like it was made in a fucking war zone!

4/10

Un film che cerca di indagare la psiche umana e ragionare sul senso di colpa. Peccato che esso non riesca nell’intento, proponendoci un’analisi approssimativa e superficiale che si risolve in maniera fin troppo scontata e prevedibile.  A nulla servono gli intrecci impiegati in fase narrativa e di montaggio per tentare di complicare la storia: la sua soluzione ci è chiara fin dai primi minuti del film. Come se non bastasse il protagonista, interpretato dal glaciale Colin Farrell, sembra seguire una logica tutta sua nel prendere decisioni apparentemente semplici ma che si rivelano avere un’importanza determinante. Unica nota positiva del film è Christopher Lee che riesce col suo talento a dar spessore ad un personaggio che, altrimenti, ne sarebbe stato privo. Non avevo grandi aspettative e, devo proprio dirlo, il film non ha fatto altro che annoiarmi e confermare le mie pessimistiche previsioni. Sicuramente un film da evitare.

The Fly


Seth Brundle: I was not pure. The teleporter insists on inner pure. I was not pure.
Ronnie: I don’t know what you mean.
Seth Brundle: A fly… got into the… transmitter pod with me that first time, when I was alone. The computer… got confused - there weren’t supposed to be two separate genetic patterns - and it decided to… uhh… splice us together. It mated us, me and the fly. We hadn’t even been properly introduced.


8,5/10

Devo dirlo, non sono molto attaccato alla filmografia degli anni 80, vuoi per lo stile, vuoi per l’inizio delle pratiche commerciali che andranno a formare tutto quel cinema moderno fatto di blockbuster, remake e reboot. Tuttavia, esistono delle eccezioni che fanno, degli anni 80, uno dei periodi più variegati della storia del cinema. Una di queste eccezioni, come ho già avuto modo di far intendere, è David Cronenberg. Il lavoro fatto dal regista canadese ne “La Mosca” è a dir poco fenomenale. Veste i suoi attori di tutto punto, calcando la mano col gusto tipico anni 80. Li acconcia con queste improbabili pettinature cotonate, li veste con maglioni di pessimo gusto e giacche jeans. Fatto questo, Cronenberg comincia ad architettare la distruzione del cinema come lo si conosce ma dall’interno. Il film, a questo punto, ci spiazza. Sotto tutto quel trucco, quei vestiti e la solita esagerazione splatter/horror che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare nel cinema cronenberghiano troviamo molto di più. Una grandissima metafora che ha come fine quello di denunciare la disumanizzazione attuata dalla società moderna verso l’uomo, verso la sua essenza, il suo essere e la sua identità. Veicolo di questa disumanizzazione è la carne. La carne che muta, cambia, diventa altro facendosi specchio dell’anima. E come se non bastasse, Cronenberg riesce a raccontarci anche l’amore, quello puro, vero, incorruttibile, rappresentato dal personaggio di Geena Davis, unica ad andare oltre la forma, il disgusto, l’orrore, alla ricerca dell’essenza, del vero essere perduto e mai più ritrovato, impossibile da recuperare. Ma a fare di questo film una vera e propria perla è, senza dubbio, la grandissima interpretazione di Jeff Goldblum capace, sotto kili e kili di trucco, di trasmettere delle emozioni sempre più forti, accompagnando lo spettatore durante la sua metamorfosi orrenda. Per quanto riguarda il lato tecnico, come al solito Cronenberg non delude. La regia è curata ed esemplare, tanto che alcune sequenze riescono a stupire ancora oggi. Ricollegandoci a questo, il vero pezzo forte del film è sicuramente il trucco, a cura di Chris Walas. Oltre a regalare un improbabile quanto sorprendente Oscar al film, il trucco gioca un ruolo importantissimo nella trasformazione di Goldblum rendendolo, col passare dei minuti, sempre meno meno umano e sempre più mostruoso. Sarò onesto, alcune sequenze del film sono un pugno nello stomaco anche oggi, riuscendo a provocarci disgusto, nauseandoci e, in questo modo, raggiungendo a pieno il loro scopo. Se dovessi trovare un difetto al film lo potrei individuare nella sua durata, troppo breve a mio avviso. Ma, d’altronde, chi mai si stancherebbe di vedere un simile spettacolo? Di certo non io.

The Fly

Seth Brundle: I was not pure. The teleporter insists on inner pure. I was not pure.

Ronnie: I don’t know what you mean.

Seth Brundle: A fly… got into the… transmitter pod with me that first time, when I was alone. The computer… got confused - there weren’t supposed to be two separate genetic patterns - and it decided to… uhh… splice us together. It mated us, me and the fly. We hadn’t even been properly introduced.

8,5/10

Devo dirlo, non sono molto attaccato alla filmografia degli anni 80, vuoi per lo stile, vuoi per l’inizio delle pratiche commerciali che andranno a formare tutto quel cinema moderno fatto di blockbuster, remake e reboot. Tuttavia, esistono delle eccezioni che fanno, degli anni 80, uno dei periodi più variegati della storia del cinema. Una di queste eccezioni, come ho già avuto modo di far intendere, è David Cronenberg. Il lavoro fatto dal regista canadese ne “La Mosca” è a dir poco fenomenale. Veste i suoi attori di tutto punto, calcando la mano col gusto tipico anni 80. Li acconcia con queste improbabili pettinature cotonate, li veste con maglioni di pessimo gusto e giacche jeans. Fatto questo, Cronenberg comincia ad architettare la distruzione del cinema come lo si conosce ma dall’interno. Il film, a questo punto, ci spiazza. Sotto tutto quel trucco, quei vestiti e la solita esagerazione splatter/horror che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare nel cinema cronenberghiano troviamo molto di più. Una grandissima metafora che ha come fine quello di denunciare la disumanizzazione attuata dalla società moderna verso l’uomo, verso la sua essenza, il suo essere e la sua identità. Veicolo di questa disumanizzazione è la carne. La carne che muta, cambia, diventa altro facendosi specchio dell’anima. E come se non bastasse, Cronenberg riesce a raccontarci anche l’amore, quello puro, vero, incorruttibile, rappresentato dal personaggio di Geena Davis, unica ad andare oltre la forma, il disgusto, l’orrore, alla ricerca dell’essenza, del vero essere perduto e mai più ritrovato, impossibile da recuperare. Ma a fare di questo film una vera e propria perla è, senza dubbio, la grandissima interpretazione di Jeff Goldblum capace, sotto kili e kili di trucco, di trasmettere delle emozioni sempre più forti, accompagnando lo spettatore durante la sua metamorfosi orrenda. Per quanto riguarda il lato tecnico, come al solito Cronenberg non delude. La regia è curata ed esemplare, tanto che alcune sequenze riescono a stupire ancora oggi. Ricollegandoci a questo, il vero pezzo forte del film è sicuramente il trucco, a cura di Chris Walas. Oltre a regalare un improbabile quanto sorprendente Oscar al film, il trucco gioca un ruolo importantissimo nella trasformazione di Goldblum rendendolo, col passare dei minuti, sempre meno meno umano e sempre più mostruoso. Sarò onesto, alcune sequenze del film sono un pugno nello stomaco anche oggi, riuscendo a provocarci disgusto, nauseandoci e, in questo modo, raggiungendo a pieno il loro scopo. Se dovessi trovare un difetto al film lo potrei individuare nella sua durata, troppo breve a mio avviso. Ma, d’altronde, chi mai si stancherebbe di vedere un simile spettacolo? Di certo non io.

Moneyball
 

It’s about getting things down to one number. Using the stats the way we read them, we’ll find value in players that no one else can see. People are overlooked for a variety of biased reasons and perceived flaws. Age, appearance, personality. Bill James and mathematics cut straight through that. Billy, of the 20,000 notable players for us to consider, I believe that there is a championship team of twenty-five people that we can afford, because everyone else in baseball undervalues them.

 
7,5/10
 
Nonostante io capisca davvero poco di Baseball e di tutto il meccanismo che ruota intorno al suo piccolo universo, devo dire che Moneyball riesce a coinvolgere anche lo spettatore meno interessato a questo sport. Questo perché presenta una storia (apparentemente) vera in forma romanzata, raccontandoci la piccola grande battaglia di un General Manager, qui interpretato da un bravissimo Brad Pitt, contro l’intero sistema baseballistico. Certo, sfidare uno sport con la statistica e la matematica sembra un po’ un paradosso, ma la verità che porta alla luce il film è proprio questa. Lo sport non si gioca soltanto sul campo. E’ una lotta continua che spesso porta alla disperazione, più raramente alla gioia ma che comunque, nel bene o nel male, riesce sempre a regalarci tante emozioni. Tecnicamente, niente da segnalare. Un lavoro ben fatto, soprattutto per quanto riguarda regia e montaggio che, intrecciandosi, riescono a dare un giusto ritmo al film. Da tutte queste premesse il film potrebbe sembrare esente da difetti ma, anche questa volta, non è così. La quantità di pubblicità presente all’interno della pellicola oiù che imbarazzante risulta vomitevole. Magari non è il film con più pubblicità nella storia del cinema ma, d’altra parte, il regista non ha fatto davvero nulla per provare a mascherarla un po’, per renderla meno invasiva, disturbante. Seconda nota negativa: Philip S. Hoffman. Davvero, sembrerà strano ma il suo apporto al film è praticamente nullo. Lo si ricorda più per l’enorme pancia messa in risalto dalla tuta sportiva che per la sua interpretazione. Jonah Hill, al contrario, non viene ricordato per la sua elefantiaca stazza ma per la naturalezza della sua interpretazione che riesce a dare quel qualcosa in più al film, anche grazie al rapporto tra il suo personaggio e quello di Pitt. Ultima nota, più o meno dolente, riguarda il film in sé. Nonostante esso riesca a far presa, come ho detto prima, su un pubblico non necessariamente amante del Baseball, si sente tantissimo, inevitabilmente, il peso della sua nazionalità. Insomma, un film che di americano non ha solo il titolo e che, sicuramente, un autoctono può meglio capire rispetto ad uno spettatore di qualsiasi altra nazionalità.

Moneyball

 

It’s about getting things down to one number. Using the stats the way we read them, we’ll find value in players that no one else can see. People are overlooked for a variety of biased reasons and perceived flaws. Age, appearance, personality. Bill James and mathematics cut straight through that. Billy, of the 20,000 notable players for us to consider, I believe that there is a championship team of twenty-five people that we can afford, because everyone else in baseball undervalues them.

 

7,5/10

 


Nonostante io capisca davvero poco di Baseball e di tutto il meccanismo che ruota intorno al suo piccolo universo, devo dire che Moneyball riesce a coinvolgere anche lo spettatore meno interessato a questo sport. Questo perché presenta una storia (apparentemente) vera in forma romanzata, raccontandoci la piccola grande battaglia di un General Manager, qui interpretato da un bravissimo Brad Pitt, contro l’intero sistema baseballistico. Certo, sfidare uno sport con la statistica e la matematica sembra un po’ un paradosso, ma la verità che porta alla luce il film è proprio questa. Lo sport non si gioca soltanto sul campo. E’ una lotta continua che spesso porta alla disperazione, più raramente alla gioia ma che comunque, nel bene o nel male, riesce sempre a regalarci tante emozioni. Tecnicamente, niente da segnalare. Un lavoro ben fatto, soprattutto per quanto riguarda regia e montaggio che, intrecciandosi, riescono a dare un giusto ritmo al film. Da tutte queste premesse il film potrebbe sembrare esente da difetti ma, anche questa volta, non è così. La quantità di pubblicità presente all’interno della pellicola oiù che imbarazzante risulta vomitevole. Magari non è il film con più pubblicità nella storia del cinema ma, d’altra parte, il regista non ha fatto davvero nulla per provare a mascherarla un po’, per renderla meno invasiva, disturbante. Seconda nota negativa: Philip S. Hoffman. Davvero, sembrerà strano ma il suo apporto al film è praticamente nullo. Lo si ricorda più per l’enorme pancia messa in risalto dalla tuta sportiva che per la sua interpretazione. Jonah Hill, al contrario, non viene ricordato per la sua elefantiaca stazza ma per la naturalezza della sua interpretazione che riesce a dare quel qualcosa in più al film, anche grazie al rapporto tra il suo personaggio e quello di Pitt. Ultima nota, più o meno dolente, riguarda il film in sé. Nonostante esso riesca a far presa, come ho detto prima, su un pubblico non necessariamente amante del Baseball, si sente tantissimo, inevitabilmente, il peso della sua nazionalità. Insomma, un film che di americano non ha solo il titolo e che, sicuramente, un autoctono può meglio capire rispetto ad uno spettatore di qualsiasi altra nazionalità.

Bram Stoker’s Dracula


You will, I trust, excuse me if I do not join you. But, I have already dined, and I never drink… wine.


8,5/10


Chi ha mai detto che i vampiri non debbano innamorarsi? Questo Dracula, diretto dal grandissimo Francis F. Coppola, è un chiaro esempio di come la figura del Conte Vlad, negli ultimi anni, sia stata violentata spudoratamente. Nel film, infatti, ci viene dipinta l’immagine caleidoscopica di una tra le più grandi figure (storiche e non) di sempre. Qui, il nostro amato Conte, viene ritratto non solo come immonda bestia, ma anche come splendido essere umano. Un essere tanto bello quanto innamorato. Ma il film non si limita a proporci la storia d’amore tra Mina e Dracula. Esso, infatti, riprende, cita, le vicende del ben più vecchio Nosferatu di Murnau e ce ne ripropone una versione più moderna, ma non per questo peggiore. Per quanto riguarda il lato tecnico, il film può essere considerato come un lunghissimo esercizio di stile. Coppola, infatti, si serve del linguaggio cinematografico in maniera ingegnosa e geniale, riutilizzando vecchi effetti come la dissolvenza o la sovraimpressione (a mò di cinema muto) e servendosi di “nuovi” effetti come bruschi movimenti di macchina, soggettive, piani sequenza e chi più ne ha più ne metta. Ed ancora, il film non si limita al romantico ed al grottesco, passando da sequenze amorose ad altre che riprendono il gusto e l’esagerazione dello splatter. Grazie alla figura di Anthony Hopkins, qui nelle vesti del vecchio professor Van Helsing, abbiamo anche alcuni momenti di riuscitissima comicità. Per completezza, è bene citare gli altri interpreti del film, o almeno quelli più importanti. Sicuramente, tra tutti abbiamo un grandissimo Gary Oldman nei panni del Conte Vlad, capace di recitare in molteplici forme e vesti, riuscendo a stregare lo spettatore con un seppur falso ma ben riuscito accento est-europeo. Mina, invece, è interpretata dalla bellissima Winona Ryder che con la sua sensualità e la sua carica erotica, insieme alle ben note doti recitative, da al film una carica in più. Nota dolente del film, insieme a qualche sovrapposizione ed inserto di troppo, è Keanu Reeves che con la sua faccia da pesce lesso riesce ad appiattire e rimpicciolire il proprio personaggio fino ai minimi termini. Tra vampiri luccicanti e omosessuali e ragazzine infoiate, la domanda che sorge spontanea, ora più che mai, è: ma che fine hanno fatto le produzioni come questa? 



 

Bram Stoker’s Dracula

You will, I trust, excuse me if I do not join you. But, I have already dined, and I never drink… wine.

8,5/10


Chi ha mai detto che i vampiri non debbano innamorarsi? Questo Dracula, diretto dal grandissimo Francis F. Coppola, è un chiaro esempio di come la figura del Conte Vlad, negli ultimi anni, sia stata violentata spudoratamente. Nel film, infatti, ci viene dipinta l’immagine caleidoscopica di una tra le più grandi figure (storiche e non) di sempre. Qui, il nostro amato Conte, viene ritratto non solo come immonda bestia, ma anche come splendido essere umano. Un essere tanto bello quanto innamorato. Ma il film non si limita a proporci la storia d’amore tra Mina e Dracula. Esso, infatti, riprende, cita, le vicende del ben più vecchio Nosferatu di Murnau e ce ne ripropone una versione più moderna, ma non per questo peggiore. Per quanto riguarda il lato tecnico, il film può essere considerato come un lunghissimo esercizio di stile. Coppola, infatti, si serve del linguaggio cinematografico in maniera ingegnosa e geniale, riutilizzando vecchi effetti come la dissolvenza o la sovraimpressione (a mò di cinema muto) e servendosi di “nuovi” effetti come bruschi movimenti di macchina, soggettive, piani sequenza e chi più ne ha più ne metta. Ed ancora, il film non si limita al romantico ed al grottesco, passando da sequenze amorose ad altre che riprendono il gusto e l’esagerazione dello splatter. Grazie alla figura di Anthony Hopkins, qui nelle vesti del vecchio professor Van Helsing, abbiamo anche alcuni momenti di riuscitissima comicità. Per completezza, è bene citare gli altri interpreti del film, o almeno quelli più importanti. Sicuramente, tra tutti abbiamo un grandissimo Gary Oldman nei panni del Conte Vlad, capace di recitare in molteplici forme e vesti, riuscendo a stregare lo spettatore con un seppur falso ma ben riuscito accento est-europeo. Mina, invece, è interpretata dalla bellissima Winona Ryder che con la sua sensualità e la sua carica erotica, insieme alle ben note doti recitative, da al film una carica in più. Nota dolente del film, insieme a qualche sovrapposizione ed inserto di troppo, è Keanu Reeves che con la sua faccia da pesce lesso riesce ad appiattire e rimpicciolire il proprio personaggio fino ai minimi termini. Tra vampiri luccicanti e omosessuali e ragazzine infoiate, la domanda che sorge spontanea, ora più che mai, è: ma che fine hanno fatto le produzioni come questa? 

 

Redacted

8,5/10


Passato in sordina a causa degli argomenti e dei temi fin troppo scomodi di cui tratta, il film di De Palma deve la sua grandezza al metodo, sia narrativo che tecnico/stilistico, di cui si serve. Rigirato interamente a partire dal materiale trovato in rete dallo stesso regista, il film si compone di sequenze girate in POV, da presunti video presi da internet e da un fantomatico documentario francese di nome Barrage (ovviamente inventato dallo stesso regista). Ma, tralasciando il lato tecnico, la grandezza del film sta nel servirsi della settima arte come strumento di denuncia mediale. Il cinema, quindi, si traveste da televisione, da giornale, prende il posto dei media nell’informare in maniera completa, senza filtri di sorta, lo spettatore, mostrandogli la verità e non una sua versione rivista ed edulcorata. Chi meglio di De Palma, con questo breve ma intenso lungometraggio, è riuscito a cogliere fino in fondo la scelleratezza della guerra, il malessere dei soldati e la loro battaglia contro un nemico apparentemente invisibile? Spesso, però, come sappiamo basta guardarsi allo specchio e rendersi conto che il nemico non siamo altro che noi stessi.

Redacted

8,5/10

Passato in sordina a causa degli argomenti e dei temi fin troppo scomodi di cui tratta, il film di De Palma deve la sua grandezza al metodo, sia narrativo che tecnico/stilistico, di cui si serve. Rigirato interamente a partire dal materiale trovato in rete dallo stesso regista, il film si compone di sequenze girate in POV, da presunti video presi da internet e da un fantomatico documentario francese di nome Barrage (ovviamente inventato dallo stesso regista). Ma, tralasciando il lato tecnico, la grandezza del film sta nel servirsi della settima arte come strumento di denuncia mediale. Il cinema, quindi, si traveste da televisione, da giornale, prende il posto dei media nell’informare in maniera completa, senza filtri di sorta, lo spettatore, mostrandogli la verità e non una sua versione rivista ed edulcorata. Chi meglio di De Palma, con questo breve ma intenso lungometraggio, è riuscito a cogliere fino in fondo la scelleratezza della guerra, il malessere dei soldati e la loro battaglia contro un nemico apparentemente invisibile? Spesso, però, come sappiamo basta guardarsi allo specchio e rendersi conto che il nemico non siamo altro che noi stessi.

Short Cuts

9/10


Come suggerisce il titolo italiano, Short Cuts rappresenta l’America di oggi  in maniera tanto precisa quanto reale. Tecnicamente, il film si presenta con un taglio televisivo, sia per quanto riguarda la fotografia, sia per quanto riguarda montaggio e stacchi. Il film è formato da nove racconti che, in un modo o nell’altro, vanno ad intrecciarsi nel corso dei suoi 180 minuti. Ogni racconto ci presenta una realtà, uno spaccato di vita tra le centinaia possibili, e ce ne offre i più strani retroscena. Un caleidoscopio di immagini che ci mostra ogni tipo di sentimento, dalla gioia al dolore, riuscendo sia a far ridere che a terrorizzare, mostrando niente di più eccezionale che la vita di ogni giorno. Come se non bastasse, il film ha un cast di altissimo livello, riunendo sia attori già affermati e presentandoci delle acerbe e future star. Mostrandoci degli spaccati di vita così vicini alla quotidianità, è ovvio che lo scopo del film sia quello di denunciare una società sempre più disumana, egoistica, tremendamente innaturale come quella moderna, capace di saziarsi solo di televisione e pubblicità, soddisfatta e gonfia dei propri vizi e delle proprie perversioni. Una società che nemmeno il regista, creatore della realtà cinematografica, è in grado di distruggere e che, inevitabilmente, è costretto a mandare avanti, verso un futuro di autodistruzione certa. Se dovessi mai riempire una time capsule, Short Cuts sarebbe una testimonianza perfetta, capace, nella sua semplicità, di presentare in maniera cruda e precisa il nostro millennio malato nella speranza che il futuro non sia così buio come il presente.

Short Cuts

9/10

Come suggerisce il titolo italiano, Short Cuts rappresenta l’America di oggi  in maniera tanto precisa quanto reale. Tecnicamente, il film si presenta con un taglio televisivo, sia per quanto riguarda la fotografia, sia per quanto riguarda montaggio e stacchi. Il film è formato da nove racconti che, in un modo o nell’altro, vanno ad intrecciarsi nel corso dei suoi 180 minuti. Ogni racconto ci presenta una realtà, uno spaccato di vita tra le centinaia possibili, e ce ne offre i più strani retroscena. Un caleidoscopio di immagini che ci mostra ogni tipo di sentimento, dalla gioia al dolore, riuscendo sia a far ridere che a terrorizzare, mostrando niente di più eccezionale che la vita di ogni giorno. Come se non bastasse, il film ha un cast di altissimo livello, riunendo sia attori già affermati e presentandoci delle acerbe e future star. Mostrandoci degli spaccati di vita così vicini alla quotidianità, è ovvio che lo scopo del film sia quello di denunciare una società sempre più disumana, egoistica, tremendamente innaturale come quella moderna, capace di saziarsi solo di televisione e pubblicità, soddisfatta e gonfia dei propri vizi e delle proprie perversioni. Una società che nemmeno il regista, creatore della realtà cinematografica, è in grado di distruggere e che, inevitabilmente, è costretto a mandare avanti, verso un futuro di autodistruzione certa. Se dovessi mai riempire una time capsule, Short Cuts sarebbe una testimonianza perfetta, capace, nella sua semplicità, di presentare in maniera cruda e precisa il nostro millennio malato nella speranza che il futuro non sia così buio come il presente.

Red River


 Thomas Dunson: Go ahead. Say it! 
 Nadine Groot: You was wrong, Mr. Dunson!


7/10

Un film fin troppo lineare che trae la sua forza dal trittico degli interpreti formato da Wayne, Clift e Brennan. Tecnicamente, il film non eccelle in nessuno delle sue parti complice, forse, il fatto che sia stato girato a quattro mani. Interessante il rapporto tra Dunson e Matt, almeno nel suo svolgimento. Nel finale, il film viene denaturato da qualche scelta discutibile sul piano narrativo, soprattutto quella legata al ruolo della donna, qui fin troppo costruita con pochezza e superficialità. Sicuramente non il miglior film di Hawks ma che offre una tra le più atipiche e meglio riuscite interpretazioni di John Wayne.

Red River

Thomas Dunson: Go ahead. Say it!

Nadine Groot: You was wrong, Mr. Dunson!

7/10

Un film fin troppo lineare che trae la sua forza dal trittico degli interpreti formato da Wayne, Clift e Brennan. Tecnicamente, il film non eccelle in nessuno delle sue parti complice, forse, il fatto che sia stato girato a quattro mani. Interessante il rapporto tra Dunson e Matt, almeno nel suo svolgimento. Nel finale, il film viene denaturato da qualche scelta discutibile sul piano narrativo, soprattutto quella legata al ruolo della donna, qui fin troppo costruita con pochezza e superficialità. Sicuramente non il miglior film di Hawks ma che offre una tra le più atipiche e meglio riuscite interpretazioni di John Wayne.

The Four Feathers


You may be lost, but you are not forgotten. For those who have travelled far, to fight in foreign lands, know that the soldier’s greatest comfort is to have his friends close at hand. In the heat of battle it ceases to be an idea for which we fight. Or a flag. Rather we fight for the man on our left, and we fight for the man on our right. And when armies are scattered and the empires fall away, all that remains is the memory of those precious moments that we spent sided by side.


4/10

E’ quasi impossibile trovare dei pregi in questo film. Abbondanti, invece, i difetti. La regia è imprecisa e rozza. Il regista si serve troppo spesso di inquadrature strette, claustrofobiche e, considerato che una buona parte del film è girata nel deserto non se ne capisce il reale motivo. Il montaggio è uno dei più brutti che io abbia mai visto.  Il film risulta, quindi, confusionario sia per il ritmo, che cambia arbitrariamente senza averne particolare ragione, sia, appunto, per il montaggio stesso che crea dei veri e propri buchi narrativi che spiazzato lo spettatore. Se, narrativamente, l’intento del film è quello di dipingere la guerra come atto scellerato, tutto il racconto cozza con questa volontà, rappresentando un personaggio che non può far altro che piegarsi al proprio paese e alle persone che gli stanno intorno e continuare ad essere quello che si era rifiutato di diventare. La guerra, quindi, non viene mostrata come situazione da cui scappare ma come mezzo per ritrovare la propria identità, per riscattarsi e per  farsi perdonare. Unica nota positiva in un film più che sbagliato è Abou, il nero che accompagna Harry nel suo cammino redentorio.  Una sorta di strano personaggio virgiliano che, immotivatamente, accompagna il protagonista per tutto il film e funge da valvola di sfogo, riuscendo a rendere gradevole qualche misero minuto del film.

The Four Feathers

You may be lost, but you are not forgotten. For those who have travelled far, to fight in foreign lands, know that the soldier’s greatest comfort is to have his friends close at hand. In the heat of battle it ceases to be an idea for which we fight. Or a flag. Rather we fight for the man on our left, and we fight for the man on our right. And when armies are scattered and the empires fall away, all that remains is the memory of those precious moments that we spent sided by side.

4/10

E’ quasi impossibile trovare dei pregi in questo film. Abbondanti, invece, i difetti. La regia è imprecisa e rozza. Il regista si serve troppo spesso di inquadrature strette, claustrofobiche e, considerato che una buona parte del film è girata nel deserto non se ne capisce il reale motivo. Il montaggio è uno dei più brutti che io abbia mai visto.  Il film risulta, quindi, confusionario sia per il ritmo, che cambia arbitrariamente senza averne particolare ragione, sia, appunto, per il montaggio stesso che crea dei veri e propri buchi narrativi che spiazzato lo spettatore. Se, narrativamente, l’intento del film è quello di dipingere la guerra come atto scellerato, tutto il racconto cozza con questa volontà, rappresentando un personaggio che non può far altro che piegarsi al proprio paese e alle persone che gli stanno intorno e continuare ad essere quello che si era rifiutato di diventare. La guerra, quindi, non viene mostrata come situazione da cui scappare ma come mezzo per ritrovare la propria identità, per riscattarsi e per  farsi perdonare. Unica nota positiva in un film più che sbagliato è Abou, il nero che accompagna Harry nel suo cammino redentorio.  Una sorta di strano personaggio virgiliano che, immotivatamente, accompagna il protagonista per tutto il film e funge da valvola di sfogo, riuscendo a rendere gradevole qualche misero minuto del film.

Clerks



Randal Graves: Oh what, what’s with you, man? You haven’t said anything for like 20 minutes. What the hell’s your problem? 
 Dante Hicks: This life. 
 Randal Graves: This life? 
 Dante Hicks: Why do I have this life? 
 Randal Graves: Have some chips, you’ll feel better. 
 Dante Hicks: I’m stuck in this pit, working for less than slave wages. Working on my day off, the goddamn steel shutters are closed, I deal with every backward ass fuck on the planet. I smell like shoe polish. My ex-girlfriend is catatonic after fucking a dead guy. And my present girlfriend has sucked 36 dicks. 
 Randal Graves: 37.


8/10

Opera prima di Kevin Smith, costato solo 53.000 dollari, Clerks ci dimostra come sia facile fare un film quando si hanno delle buone idee. Se, per quanto riguarda il lato tecnico, il film risulta molto semplice ed acerbo, il lato letterario ci sorprende e non fa altro che buttarci in mezzo alle discussioni di tutti i giorni, si fa voce dei nostri pensieri, urlando parole che spesso rimangono impronunciate. Girato in bianco e nero, forse per una questione di budget, forse per caratterizzare il grigiore della monotona vita di tutti i giorni, tutto il film è una grandissima riflessione sul mondo che ci circonda e sugli atteggiamenti interpersonali. E, la morale finale, è solo il compimento di un film che ripercorre, in maniera tanto semplice quanto geniale, l’arco di una lunga ma intensa giornata.

Clerks

Randal Graves: Oh what, what’s with you, man? You haven’t said anything for like 20 minutes. What the hell’s your problem?

Dante Hicks: This life.

Randal Graves: This life?

Dante Hicks: Why do I have this life?

Randal Graves: Have some chips, you’ll feel better.

Dante Hicks: I’m stuck in this pit, working for less than slave wages. Working on my day off, the goddamn steel shutters are closed, I deal with every backward ass fuck on the planet. I smell like shoe polish. My ex-girlfriend is catatonic after fucking a dead guy. And my present girlfriend has sucked 36 dicks.

Randal Graves: 37.

8/10

Opera prima di Kevin Smith, costato solo 53.000 dollari, Clerks ci dimostra come sia facile fare un film quando si hanno delle buone idee. Se, per quanto riguarda il lato tecnico, il film risulta molto semplice ed acerbo, il lato letterario ci sorprende e non fa altro che buttarci in mezzo alle discussioni di tutti i giorni, si fa voce dei nostri pensieri, urlando parole che spesso rimangono impronunciate. Girato in bianco e nero, forse per una questione di budget, forse per caratterizzare il grigiore della monotona vita di tutti i giorni, tutto il film è una grandissima riflessione sul mondo che ci circonda e sugli atteggiamenti interpersonali. E, la morale finale, è solo il compimento di un film che ripercorre, in maniera tanto semplice quanto geniale, l’arco di una lunga ma intensa giornata.

Un breve montaggio/memory bank che ho fatto per un progetto all’Accademia.

Dr. Strangelove 


President Merkin Muffley: How is it possible for this thing to be triggered automatically and at the same time impossible to untrigger?
Dr. Strangelove: Mr. President, it is not only possible, it is essential. That is the whole idea of this machine, you know. Deterrence is the art of producing in the mind of the enemy… the FEAR to attack. And so, because of the automated and irrevocable decision-making process which rules out human meddling, the Doomsday machine is terrifying and simple to understand… and completely credible and convincing.


9/10

Il film di Kubrick rappresenta, indubbiamente, uno dei modi migliori di rappresentare il conflitto pazzo, scriteriato e scellerato tra America e Russia durante la guerra fredda. Paradossalmente, l’ironia rappresenta uno dei migliori strumenti per mostrare l’irrazionalità della guerra e la facilità con cui, persino da un singolo uomo, poteva essere scatenata. Con sfacciata ironia, Kubrick racconta un argomento tabù (la Guerra Fredda) riuscendo a rappresentare in maniera caricaturale sia gli Americani che i Russi, costruendo un teatrino degli errori tanto reale quanto terrificante. Nonostante questo (e le riflessioni che ne scaturiscono), il genio è capace perfino di farci ridere, e di gusto. La summa è raggiunta dal personaggio che dà il nome al film, il Dr. Stranamore, rappresentato da un immenso Peter Sellers. 

Dr. Strangelove 

President Merkin Muffley: How is it possible for this thing to be triggered automatically and at the same time impossible to untrigger?

Dr. Strangelove: Mr. President, it is not only possible, it is essential. That is the whole idea of this machine, you know. Deterrence is the art of producing in the mind of the enemy… the FEAR to attack. And so, because of the automated and irrevocable decision-making process which rules out human meddling, the Doomsday machine is terrifying and simple to understand… and completely credible and convincing.

9/10

Il film di Kubrick rappresenta, indubbiamente, uno dei modi migliori di rappresentare il conflitto pazzo, scriteriato e scellerato tra America e Russia durante la guerra fredda. Paradossalmente, l’ironia rappresenta uno dei migliori strumenti per mostrare l’irrazionalità della guerra e la facilità con cui, persino da un singolo uomo, poteva essere scatenata. Con sfacciata ironia, Kubrick racconta un argomento tabù (la Guerra Fredda) riuscendo a rappresentare in maniera caricaturale sia gli Americani che i Russi, costruendo un teatrino degli errori tanto reale quanto terrificante. Nonostante questo (e le riflessioni che ne scaturiscono), il genio è capace perfino di farci ridere, e di gusto. La summa è raggiunta dal personaggio che dà il nome al film, il Dr. Stranamore, rappresentato da un immenso Peter Sellers. 

A History of Violence


 Tom Stall: Who’s Joey? 
 Carl Fogaty: You are. 
 Tom Stall: My name’s Tom, sir. 
 Carl Fogaty: ‘Course it is.


8,5/10

Puoi provare a dimenticarti del passato. Tuttavia, il passato non si dimenticherà mai di te. Tecnicamente perfetto, il film è un’interessante riflessione sociale che coinvolge la famiglia e la piccola comunità. Il concetto di eroe, di padre di famiglia e di marito è messo in discussione dall’emergere di un passato oscuro, volutamente dimenticato, messo alle spalle. Ma, come ho detto prima, non è facile mettere alle spalle il proprio passato. Cronenberg, quindi, ragiona su come un singolo evento possa condizionare dei rapporti apparentemente solidi, perfetti, idilliaci e stravolgere la nostra vita.

A History of Violence

Tom Stall: Who’s Joey?

Carl Fogaty: You are.

Tom Stall: My name’s Tom, sir.

Carl Fogaty: ‘Course it is.

8,5/10

Puoi provare a dimenticarti del passato. Tuttavia, il passato non si dimenticherà mai di te. Tecnicamente perfetto, il film è un’interessante riflessione sociale che coinvolge la famiglia e la piccola comunità. Il concetto di eroe, di padre di famiglia e di marito è messo in discussione dall’emergere di un passato oscuro, volutamente dimenticato, messo alle spalle. Ma, come ho detto prima, non è facile mettere alle spalle il proprio passato. Cronenberg, quindi, ragiona su come un singolo evento possa condizionare dei rapporti apparentemente solidi, perfetti, idilliaci e stravolgere la nostra vita.

Edison


You’re a big venue now. Global commerce, sports franchises, chit chat cafés. But you don’t get it, because you don’t see it. Life is not what you think it is. Because of guys like us, you can go on thinking it, ‘til reality sets in. Reality’s a motherfucker


2/10

Questo squallido e abominevole thriller rappresenta, per antonomasia, il cinema da cui scappare. Il cinema di facciata che, in teoria, dovrebbe reggersi sui soli attori protagonisti ma che, nonostante le prove recitative, non riesce a salvarsi dal baratro della banalità. E’ impossibile trovare una singola nota positiva nell’intero film, forse giusto le facce dei soliti noti che fa sempre piacere vedere sullo schermo, ma poi? Rimane un’accozzaglia di azione mal girata, investigazione che è più una costatazione che un’esasperante ricerca e, infine, una serie di volgarità e parolacce senza senso, quasi a voler rendere il film più scorretto, duro, spaccone. Hollywood, facci un favore, smettila.

Edison

You’re a big venue now. Global commerce, sports franchises, chit chat cafés. But you don’t get it, because you don’t see it. Life is not what you think it is. Because of guys like us, you can go on thinking it, ‘til reality sets in. Reality’s a motherfucker

2/10

Questo squallido e abominevole thriller rappresenta, per antonomasia, il cinema da cui scappare. Il cinema di facciata che, in teoria, dovrebbe reggersi sui soli attori protagonisti ma che, nonostante le prove recitative, non riesce a salvarsi dal baratro della banalità. E’ impossibile trovare una singola nota positiva nell’intero film, forse giusto le facce dei soliti noti che fa sempre piacere vedere sullo schermo, ma poi? Rimane un’accozzaglia di azione mal girata, investigazione che è più una costatazione che un’esasperante ricerca e, infine, una serie di volgarità e parolacce senza senso, quasi a voler rendere il film più scorretto, duro, spaccone. Hollywood, facci un favore, smettila.