It's just a ride.
The Blues Brothers - Everybody needs somebody

The Blues Brothers (1980) di John Landis

Esasperato dal concerto di musica neo-melodica napoletana tenuto a pochi metri da casa mia, ho deciso di combattere il “male” con la VERA musica. E, devo dire, ci sono riuscito molto bene, visto che, al termine del film, i lamenti esasperati dei sedicenti cantanti di 130 kg erano finalmente terminati. Ma basta indugiare, siamo pur sempre in “missione per conto di Dio”.

Trama: Chicago, 1980. Il film narra le disavventure di Jake ed Elwood Blues che cercheranno di rimettere in piedi la vecchia band di cui facevano parte, i “The Blues Brothers”, per tentare di salvare il loro vecchio orfanotrofio dalla chiusura. Riusciranno a racimolare i 5000 dollari necessari, adempiendo alla loro missione per conto di Dio?

Che film ragazzi, che film. Rivederlo è sempre un piacere. Ma, per quanto mi sia possibile, cerchiamo di analizzarlo con occhio critico. Partendo dalla regia, be’, John Landis da dimostrazione di grande abilità e bravura, conferendo al film uno spessore non indifferente. Non ho notato nessuna imperfezione o sbavatura nel lavoro del regista, che gioca molto con la cinepresa, con i suoi attori, e con la sceneggiatura stessa del film. La grandezza di Landis sta anche nelle piccolezze sparse per tutto il film a cui uno spettatore disattento non fa assolutamente caso. Chiaro esempio, la scelta di non riprendere la faccia di Jake fino all’uscita dal carcere all’inizio del film. Landis vuole quasi avvolgere il suo personaggio in un’aura di mistero e magia, conferendo a lui e al suo stravagante abito un’importanza ulteriore. Altro esempio? La decisione di non mostrare gli occhi di Belushi, ritenuti da molti come arma vincente del comico, fino a quasi la fine del film. C’è chi ha attaccato Landis per questa scelta, arrivando a ritenerla “imbecille stramberia”. Per quando mi riguarda, reputo Landis un genio sia per questa che per molte altre ragioni. Sta di fatto che il suo genio traspare per tutta la pellicola, certo, ma va comunque compreso. Le esagerazioni, le esasperazioni, il totale nonsenso che colmano la pellicola sono tutte volute da Landis che si serve del film per parodiare il cinema del suo tempo. La cosa buffa è che ci riesce così bene da creare un nuovo genere, riuscendo dove molto avevano fallito. L’inventiva e la novità proposte da Landis segneranno una svolta nel cinema mondiale. E in questo fantastico lavoro, Landis viene accompagnato da due mostri sacri del cinema americano: John Belushi e Dan Aykroyd. Il primo, tragicamente venuto a mancare, interpreta il ruolo di Jake, il secondo quella di Elwood. I due sembrano nati per interpretare i loro personaggi, avendoli già proposti nel Saturday Night Live dove erano diventati piuttosto famosi. La grandezza dei due attori sta appunto in questo: la naturalezza con cui riescono a calarsi nei loro personaggi, rendendoli quasi reali. Ad affiancarli durante il film vedremo diversi volti noti della musica blues e soul americana quali Aretha Franklin, Ray Charles, James Brown, Cab Calloway che ci deliziano con le loro incredibili voci, “intermezzando” il film con splendide scene cantate e avvicinando il film al musical. Sicuramente, per i veri appassionati di musica soul e blues deve essere stato una meraviglia vedere i propri idoli nel grande schermo anche se, d’altro canto, la scelta di un solo genere musicale compromette l’universalità stessa del film. Per carità, amo questo genere di musica ma c’è a chi, naturalmente, può non piacere e non è un problema da poco. Ma, sinceramente, chi è che potrebbe mai non apprezzare un film del genere a causa della colonna sonora? Invito chi dice che la colonna sonora di The Blues Brothers sia brutta a darsi fuoco in pubblica piazza. La BBC ha, infatti, dichiarato che la colonna sonora del film è la più bella in tutta la storia del cinema. Del resto, chiunque rimane incantato davanti Ray che improvvisa una canzone con una pianola malandata, o Aretha che si sfoga contro il marito intonando una canzone. E, nonostante all’ombra di questi grandi della musica, i due attori riescono a fare una bellissima figura perfino quando cantano. Davvero, un film che ho trovato privo di punti deboli o carenze di qualche tipo. Unica pecca è la traduzione di alcune battute in italiano che, a volte, cambiano completamente il senso di quello che effettivamente viene detto da copione. Ma, anche a questo, ci siamo già abituati. E adesso scusate, ma ho un’altra missione da compiere in nome di Dio.

In Conclusione: The Blues Brothers è un cult. Un film che è ormai entrato di diritto nella storia del cinema e che deve la sua grandezza al cast, ai cameo (Landis stesso, Spielberg, Frank Oz), alla musica e, naturalmente al suo regista. Tuttavia, va capito. E’ un film che unisce diversi generi in un mix perfetto, servendosi dell’esagerazione come mezzo per criticare e parodiare la società ed il cinema del tempo. Fatevi un favore, vedetelo.



Voto:




ps. Dovrei postarvi l’intera colonna sonora, davvero. Mi limito a questa, dai.

http://www.youtube.com/watch?v=IAG8iD-XS44&feature=relmfu

L’Avvocato del Diavolo - Si sente davvero caldo sulla terra…

L’Avvocato del Diavolo - The Devil’s Advocate (1997) di Taylor Hackford

Che caldo! L’estate si avvicina e già non sopporto più la temperatura della mia stanza. E siccome il caldo non ci basta mai, ecco che stasera ho deciso di “attizzare” la fiamma rievocando uno dei più bollenti spiriti del cinema: Al Pacino. Ed era giusto, per rimanere in tema, mostrarlo in uno dei suoi film più famosi. Ma non, ehm, bruciamo le tappe: eccovi la trama.

Trama:Florida. Un giovane avvocato, Kevin Lomax, vince l’ennesima di una lunga serie di cause. Durante i festeggiamenti, viene avvicinato da un uomo che gli offre di trasferirsi a New York per formare la giuria ad un appello in cambio di una cospicua cifra di denaro. Inizialmente incredulo, Kevin deciderà di trasferirsi insieme alla moglie Mary Ann e incomincerà a lavorare per uno tra i più potenti studi legali della città, il Milton. Guidato da John Milton, il titolare dello studio, Kevin si impegnerà nel suo lavoro ignaro di tutto ciò che questo comporterà.

Allora, regia: niente di eccezionale. A tratti grossolano, a tratti discreto, il film si lascia guardare ma, di certo, il regista non riesce a fare un lavoro particolarmente pregiato, tenendosi comunque su medi livelli. Buon cast, invece. Il nostro protagonista, Kevin Lomax, è interpretato da Keanu Reeves che, tuttavia, mi è sembrato eccessivamente, soprattutto nel finale. Una bellissima Charlize Theron interpreta Mary Ann, la moglie di Kevin, che non a caso le regalerà una certa notorietà, complici anche diverse scene di nudo (complimenti alla mamma!). Comunque, una buonissima interpretazione quella della Theron, sicuramente migliore di quella di Reeves. E non meno importante Al Pacino, che interpreterà il ricco e stravagante John Milton. Indubbiamente, la sua è la migliore interpretazione di tutto il film e, a conferma di ciò, le più famose citazioni estrapolate dal film vengono dal suo personaggio. Colonna sonora? Trascurabile. Unico pezzo rilevante è Paint it Black dei Rolling Stones che accompagna i titoli di coda (qualcuno dice FMJ?). E pensare che il film offriva degli spunti niente male… Attenzione: non che il film sia brutto, certo, ma presenta delle esasperazioni evitabili. Non so quale sia stato il reale obiettivo del regista ma, di certo, il film può essere interpretato sia come denuncia della società e, in particolare, della categoria degli avvocati, sia come critica alla natura dell’uomo. Secondo la prima interpretazione, l’avvocato viene dipinto come una persona accecata dal suo stesso lavoro che sceglie di anteporre la carriera alla giustizia, difendendo i delinquenti e “schiacciando” le povere vittime, tutto sotto il tacito consenso di una società “bendata”. Per quanto riguarda la seconda rappresentazione, è l’uomo ad essere criticato e, in particolare, la sua natura. Per quanto si opponga, per quanto possa combattere, per quanto possa vincere, la tentazione prevarrà e l’uomo sarà sconfitto dalle sue stesse debolezze. Entrambe le interpretazioni si prestano bene al messaggio del film e non mi sentirei di escluderne nessuna delle due. Si è, invece, calcato troppo la mano sul fattore “sovrannaturale”. Certo, è un aspetto voluto del film che io avrei comunque corretto, in quanto la medesima allegoria poteva essere benissimo raggiunta con l’ausilio di molte meno esagerazioni. Bel lavoro per quanto riguarda la scenografia e gli effetti speciali. La prima riesce a ricreare delle azzeccatissime ambientazioni come lo studio e l’attico di Milton, i secondi svolgono un’importantissima funzione, sottolineando e marcando alcuni importanti scene.

In Conclusione: L’Avvocato del Diavolo è un film da molti sopravvalutato. Rimane comunque una piacevole visione, grazie anche alla buonissima interpretazione di Al Pacino. Secondo me, un chiaro esempio di mancato capolavoro. Peccato, la carne al fuoco c’era, era il fumo ad essere troppo.

Voto: 7/8

ps. Eccovi la canzone che chiude il film, Paint it Black dei grandissimo Stones.

http://www.youtube.com/watch?v=u6d8eKvegLI

The Shawshank Redemption - Le Ali della Libertà

The Shanwshank Redemption (1994) di Frank Darabont e Stephen King

Mi accorgo che rivedere vecchi film dopo tanto tempo equivale quasi a vederli per la prima volta. Ed è stato bello stasera riassaporare questo pilastro della cinematografia come se fosse la prima volta, riscoprendo la trama poco a poco e facendomi persino ingannare dal film stesso. Ma non divaghiamo, via con la trama:

Trama: Il vice-direttore di una banca di Portland (Maine) viene condannato a due ergastoli per l’omicidio di sua moglie e del suo amante. Andy Dufresne, dichiarandosi innocente, viene spedito nella spietata prigione di Shawshank dove il direttore ed i secondini impongono la legge tramite la violenza. Le vicende, raccontateci da Red, seguono gli anni della lunga prigionia di Andy che cercherà, in un modo o nell’altro, di tenersi occupato all’interno del carcere facendo uso della sua istruzione.

Oh, è sempre difficile recensire un bel film, soprattutto se il film è talmente famoso da essere in tutte le classifiche dei film più belli di sempre. Comunque sia, andiamo a vedere i motivi che spingono “The Shawshank Redemption” ad essere considerato un film così bello. Partiamo dalla regia: Durabont, uhm, non il più conosciuto tra i registi ma, sicuramente, non uno qualunque. Attualmente sta girando The Walking Dead, la seguitissima serie televisiva sugli zombies che sta spopolando anche in Italia. Ma non siamo qui per parlare di morti viventi. Devo dire che la regia del film è veramente ben curata e ce ne rendiamo conto già dalle prime inquadrature del carcere. Durabont riesce a fare davvero un ottimo lavoro, riuscendo a trasporre su pellicola con un suo personalissimo tocco il racconto di King. Infatti The Shawshank Redemption è tratto dal racconto Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank che fa parte di una raccolta di novelle di King, intitolata Stagioni Diverse. Sebbene le discordanze tra le due opere, il film riesce a trovare la sua identità anche grazie alle magnifiche interpretazioni di Tim Robbins (Andy Dufresne) e Morgan Freeman (Red). Soprattutto Freeman, che nelle vesti di Red ci farà anche da narratore dell’intera vicenda, dà prova della sua bravura, riuscendo ad interpretare una parte tutt’altro che facile. Parlando del suo personaggio, Red, la scelta di fare di lui il personaggio narrante è geniale. In questo modo siamo sì vicini al vero protagonista, Andy, ma siamo anche naturalmente portati a chiederci cosa abbia spinto Andy ad agire in un determinato modo o a chiedere una determinata cosa. E’ ovvio che tutto ci verrà svelato nello splendido finale. Essendo il film un racconto del narratore, siamo continuamente trasportati da Red avanti nel tempo, per vivere le tappe fondamentali della vita di Andy a Shawshank, senza che il film risulti confusionario o estremamente lento. E ad accompagnarci nel nostro viaggio c’è, anche, una colonna sonora di tutto rispetto che vede l’alternarsi di brani inediti a brani famosi, come il brano Canzonetta sull’aria tratto da Le Nozze di Figaro di Mozart che accompagna una stupenda scena del film. Adesso, se consideriamo per un attimo il film come un bel quadro, possiamo dire di averne descritto minuziosamente la cornice, senza però esserci soffermati sulla tela che, ovviamente, rappresenta l’opera d’arte in se. E’ la morale a rappresentare la nostra coloratissima tela. Il film sottolinea l’importanza dell’amicizia, capace di nascere anche in un posto come Shawshank, l’importanza della musica, capace di risvegliare vecchi ricordi assopiti dentro di noi, l’importanza della letteratura, capace di elevare l’animo delle persone. Ma soprattutto, il film sottolinea l’importanza della speranza: è la speranza che rende gli uomini liberi. La speranza che spinge gli uomini a combattere e a non mollare mai. La speranza che ci rende capaci di sognare. E pensare che il film ha avuto la sfortuna di trovarsi contro, agli Oscar, Pulp Fiction e Forrest Gump. Mi chiedo: come sarebbe andata se non avesse avuto contro due film del genere?

In Conclusione:Un film che è già storia e non avrebbe bisogno di ulteriore pubblicità. Quindi, non posso far altro che consigliarlo vivamente a chi non l’ha ancora visto o a chi non lo vede (come è stato per me) da tanto tempo. Veramente, un film piacevole, mai noioso, che sa stupire e che, soprattutto, sa insegnare. MUST.

Voto: 9

ps. Ecco la bellissima scena in cui Andy fa ascoltare a tutto il carcere Le nozze di Figaro

http://www.youtube.com/watch?v=lSzatzy8WvM

Little Miss Sunshine - Everybody pretends to be normal

Little Miss Sunshine (2006) scritto da Michael Arndt e diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris

Ah, le commedie. Dio (o chi per lui) le benedica! Una vera e propria manna dal cielo quando si vuole passare un po’ di tempo a divertirsi senza spremersi troppo le meningi. Ma smettiamola con questo linguaggio parrocchiale ed andiamo ad analizzare la deliziosa commedia che mi ha intrattenuto questa sera: Little Miss Sunshine.

Trama: Il film ruota attorno al catastrofico viaggio della strampalata famiglia Hoover verso il concorso Little Miss Sunshine per le aspiranti Miss America. Gli Hoover compiranno un lungo e difficile viaggio da Albuquerque fino in California, per accompagnare la piccola Olive alle finali del concorso e coronare il suo sogno. Tuttavia, durante il percorso, la famiglia dovrà affrontare i tragicomici problemi che le si presenteranno davanti e che complicheranno i rapporti tra tutti i suoi membri.

Vi dirò, la regia non mi ha colpito particolarmente. Ho apprezzato soprattutto le riprese iniziali del film, sopratutto quelle che descrivono ,con accurati primi piani e buone inquadrature, tutti i membri della famiglia Hoover. Del resto, non ci si può aspettare tantissimo da un film on the road come questo in cui, una buonissima parte è girata all’interno del bellissimo Volkswagen T2 che accompagna i nostri protagonisti per tutta la durata della pellicola. Ho, invece, particolarmente apprezzato la fotografia, che riesce a dare quel qualcosa di “magico” in più al film. Per quanto riguarda gli attori, la migliore interpretazione è senza dubbio quella di Alan Arkin che interpreta il problematico nonno Edwin e che vale ad Arkin l’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista. Personalmente, ho apprezzato anche l’interpretazione di Steve Carell e Paul Dano che interpretano rispettivamente Frank, infelice professore mancato suicida e suo nipote Dwayne, problematico adolescente e assiduo lettore di Nietzsche che ha fatto voto del silenzio. La colonna sonora, creata appositamente per il film dai DeVotchKa (band gipsy punk statunitense), non mi ha fatto impazzire. Tuttavia, alcuni brani riescono a mettere in risalto ed arricchire la scena. Il film, comunque, racconta una bellissima storia utilizzando un tipo di umorismo che definirei pirandelliano, in quanto ridiamo delle peripezie degli Hoover ma, allo stesso tempo, ne siamo dispiaciuti. E riusciamo ad esserne dispiaciuti perché, in qualche modo, ci immedesimiamo nei problemi della povera famiglia Hoover, così maledettamente diversa dalle altre famiglie e sopratutto, che sembra così poco normale. Ma è proprio questo lo scopo di Little Miss Sunshine: raccontare le buffe sciagure e gli inutili diverbi di una famiglia così strampalata per poi farci rendere conto che, in realtà, quelli diversi, quelli sbagliati non sono affatto rappresentati da loro, bensì dalla così detta gente normale. Quindi il film è anche una denuncia sociale, che ci vuol fare aprire gli occhi sui piccoli grandi problemi che, ogni giorno, nascono in ogni normale strana famiglia.

In conclusione: Gran bella commedia. E pensare che me l’ero persa al cinema. Little Miss Sunshine è una divertente commedia che ti addolcisce la vita e, allo stesso tempo, ti fa riflettere. Un film esuberante, coinvolgente e, be’, “colorato” che merita di essere visto. Soddisfatto.

Voto: 8

RJ

Ps. Ed eccovi la solita traccia dalla colonna sonora, The Winner Is dei DeVotchKa

http://www.youtube.com/watch?v=RSF21mYLnNI

Mulholland Drive - Sogno o son desto?

Mulholland Drive (2001) scritto e diretto da David Lynch

Desideroso di vedere un bel thriller, ieri sera ho visto Mulholland Drive. Non credo di avere mai visto un simile film che, sicuramente, abbraccia diversi generi ma non può permettersi di essere sintetizzato in un unico tra questi. Ovviamente c’è un motivo che spinge il film a non sottostare a degli schemi prestabiliti ma, sfortunatamente, lo si capisce (se si è fortunati) alla fine della sua visione. A tal proposito, anche parlare di trama è un bel problema. Proviamo:

Il film si apre con un incidente sulla Mulholland Drive. Una ragazza, che si trovava su una limousine, riesce a salvarsi e, spaventata, si dirige verso Los Angeles, poco distante dal luogo dell’incidente. Impaurita e sconvolta, la ragazza si introdurrà in una casa dove incontrerà Betty, aspirante attrice, che cercherà di aiutarla a riacquistare la memoria, persa a causa dell’incidente. L’amnesia di Rita (questo è il nome che la ragazza si darà) porterà le due ragazze ad indagare sull’incidente arrivando a scoprire delle sconcertanti verità.

E’ davvero dura sintetizzare un film del genere con una trama, visto che, una trama vera e propria, non esiste. Questo perché tutto ciò che vediamo nel film non ci viene spiegato. Siamo tenuti all’oscuro di tutto, inconsapevoli quanto i personaggi stessi di ciò che sta per accadere. E questa è indubbiamente opera di Lynch, che riesce a sintetizzare tutto il suo genio proprio in questo film. E’, infatti, del regista la maggiore responsabilità durante le riprese del film sebbene, tutto ciò, venga capito solo dopo l’ultima scena, se si è fortunati, certo. La difficoltà sta proprio qui, non posso giustificare le mie considerazioni a causa della complessità stessa del film. Mi limito a dire che Lynch compie veramente un ottimo lavoro, confermando quanto affermato da tutti: Lynch è un fottuto genio. E’ altrettanto difficile parlare dell’interpretazione degli attori, in quanto, alcuni strani atteggiamenti o modi di girare la scena, potrebbero essere giustificati a seguito della visione del film. Nulla è chiaro. Siamo coscienti di vedere un film ma non capiamo ciò abbiamo davanti. Tuttavia, incuriositi, continuiamo a guardare cercando di giustificare eventuali comportamenti o strani atteggiamenti. Sta di fatto che l’attenzione ripaga lo spettatore. Infatti, lo spettatore attento è quasi portato a pensare che qualcosa non quadri. Per quanto mi riguarda, già a metà film sostenevo di essere davanti ad un grande viaggio onirico in compagnia dei personaggi stessi. E, infatti, non mi ci ero allontanato molto. Ma questo sta a voi scoprirlo. Quello di cui vi posso parlare è la colonna sonora. Qui gioca un ruolo fondamentale. Mai fuori luogo e sempre in tema, riesce ad accompagnare divinamente, passo per passo, le vicende dei protagonisti accrescendo l’ansia e l’agitazione nelle scene chiave. Perché questo è Mulholland Drive: un film angoscioso, sconvolgente e apparentemente privo di significato che si diverte a giocare con la psiche dello spettatore. Rimane ben poco da dire, in quanto M.D. è un film tutto da scoprire che si presta a numerose interpretazioni ma che non svela mai il suo vero ed intrinseco significato.

In conclusione: M.D. è un MUST. Ogni amante del cinema dovrebbe vederlo, in tutta la sua interezza e con attenzione senza negarsi, magari, una seconda visione del film per fugare eventuali dubbi o per riorganizzare le proprie idee. Vi invito, inoltre, a leggere le varie interpretazioni che la gente ha dato al film che, spesso, riescono a chiarire qualche dubbio o confermare qualche sospetto. Un innegabile Capolavoro.

Voto: SENZAVOTO

ps. Vi lascio con l’interpretazione che ha confermanto e, in parte, chiarito l’idea che mi ero fatto sul film. http://it.scribd.com/doc/75443898/Spiegazione-Completa-Di-Mulholland-Drive

Into the Wild - Happiness is only real when shared

Locandina Into the Wild

Into the Wild (2008) di Sean Penn

Stasera ho finalmente deciso di guardare uno di quei film che, per un motivo o per un altro, ti prometti di vedere e non ci riesci mai. E’ questo il caso di Into the Wild che, sebbene mi fosse stato consigliato più e più volte, non avevo ancora visto e che ho preferito guardare proprio stasera, avendo finalmente tra le mani una versione tale (Blu-Ray) da permettermi di apprezzare maggiormente la fotografia del film. Vediamo di cercare di mettere in ordine ciò che si è accumulato nel mio povero cervello in questi piacevoli 140 minuti.

1990. Il giovane Christopher McCandless si laurea in scienze sociali e decide di intraprendere un viaggio per tutta l’America armato di zaino e buona volontà, ripudiando una società per lui troppo vuota e consumista e incapace di comprendere la vera essenza della vita. Rinunciando anche al suo stesso nome e adottando lo pseudonimo di Alexander Supertramp, il ragazzo viaggerà ininterrottamente per due anni, fino a raggiungere le tanto sperdute quanto splendide terre d’Alaska alla ricerca della vera felicità.

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Regista di questa pellicola è Sean Penn. Sebbene meglio conosciuto come attore, Penn riesce a mettere il cuore nella realizzazione del film ottenendo un buon risultato e riuscendo a mettere in risalto quell’importante ruolo giocato dalla natura nella storia di Christopher (aka Alex). Ma come mai proprio Penn si ritrova a dover girare questo film? Semplice: Penn lesse il libro di Krauker che raccontata le vicende di Christopher McCandless e se ne innamorò. Questo lo portò ad intraprendere una battaglia lunga 10 anni per accaparrarsi i diritti cinematografici ed essere in grado di trasporre la bellissima storia di Christopher su grande schermo. Quindi, un “grazie” sincero va a Penn che, impegnandosi, è riuscito a far conoscere al mondo intero una così bella storia piena di significato. Lo stesso Penn, inoltre, si è impegnato nella ricerca dell’attore adatto ad interpretrare Christopher, inizialmente visto in Leonardo Di Caprio e poi ufficialmente riconosciuto in Emile Hirsch con cui il regista ha passato ben 4 mesi prima della realizzazione del film. E quindi parliamo di Hirsch. Be’, dovete sapere che io ho conosciuto Hirsch in The Girl Next Door (La Ragazza della Porta Accanto), quindi per me era una novità vederlo recitare in un film del genere. E con mia grande sorpresa ho visto in scena un grande attore recitare un’importante quanto difficile parte che l’ha visto dover affrontare diverse scene molto pericolose senza l’ausilio dello stuntman. Infatti sappiamo che l’intera troupe ha ripercorso le tappe fondamentali dell’originale viaggio di Christopher, trovandosi a lottare con il caldo arido dei deserti e il freddo pungente dell’Alaska. Quindi Hirsch è sicuramente promosso a pieni voti, riuscendosi a calare permettamente nel difficile ruolo assegnatogli. Importante ruolo svolge la letteratura, sia nel film che nella reale vita di Christopher. Il film è infatti colmo di citazioni provenienti dagli autori preferiti di Christopher quali Tolstoj, London e Thoreau (déjà vu?!) che accompagnano incessantemente il nostro protagonista durante i suoi viaggi, unici compagni nella solitudine. Ma, parlando appunto di solitudine, se il film a prima vista sembra tessere una lode alla vita isolata, presto si capisce come la solitudine di Alex sia solo uno strumento per comprendere la vera importanza dei rapporti umani e, dai quali, Alex trarrà i più grandi insegnamenti. Sempre i rapporti umani saranno fondamentali per renderci conto della maturazione del nostro protagonista che, nelle ultime battute del film, si ritroverà a diventare dispensatore di consigli addirittura ad un veterano di guerra. Ed è questa la vera bellezza del film. Il confronto tra i vari personaggi che popolano la pellicola man mano che il viaggio di Alex continua, percorrendo le cinque importanti tappe in cui è diviso: La mia nascita, L’adolescenza, La maturità, La mia famiglia, La conquista della saggezza. Un excursus nel quale il regista, per mezzo di flashback e ricordi, cercherà di ricomporre il puzzle della vita di Christopher e, nel quale, a noi spetterà mettere l’ultimo pezzo con la comprensione del chiaro messaggio che ci viene recapitato da Alex stesso: “la felicità è reale solo quando condivisa”. Ultima chicca è la colonna sonora, composta interamente in vista della realizzazione del film ed interpretata nientepopòdimenoche da Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam ed amico di Penn. E, nonostante i numerosi pregi, il film non è riuscito a fare breccia e ad aggiudicarsi nemmeno un Oscar. Ovviamente, non sono stati pochi a chiedersi il perché.

In conclusione: il film mi ha veramente colpito. Into the Wild è un bellissimo film che presenta veramente pochi difetti, e che ci racconta la storia di qualcuno che ha cercato di rimuovere da se gli schemi imposti dalla società che lo circonda, nel tentativo di assoporare il reale significato dell’esistenza.  E’ uno di quei film che andrebbe visto da tutti, sia per i suggestivi paesaggi che ci vengono offerti, sia per il profondo messaggio che cerca di trasmetterci. Peccato per quelle poche imperfezioni, sopratutto dal punto di vista tecnico, che non riesco a fare del film un vero e proprio capolavoro.

Voto: 9

RJ

Ps. Che sia arrivato il momento di ritornare da dove veniamo? Non è del tutto una cattiva idea. Per il momento, comunque, accontentatevi della bellissima canzone di Vedder.

http://www.youtube.com/watch?v=tjNT8g8XdoY&feature=fvst

Blade - Posso muorderti sul cuollo?

Locandina Blade

Blade (1998) diretto da Stephen Norrington

Soprattutto di questi tempi siamo proprio stufi di vedere vampiri zompettare davanti allo schermo. Anche per questo motivo ho deciso di spararmi il primo capitolo della trilogia di Blade, omonimo eroe di casa Marvel, che mi ha ricordato tanto i buoni vecchi vampiri della mia infanzia. Ma partiamo con la trama.

Anni ‘60. Una donna incinta viene portata d’urgenza all’Ospedale con una strana emorragia al collo. Prima di morire, riesce a mettere alla luce il bambino. Blade, questo è il nome che prenderà il bambino, avrà un solo scopo nella vita: andare in giro a caccia di vampiri per vendicare la morte di sua madre causata, appunto, dal morso di uno di questi. Unica fortuna di Blade è quella di possedere la combinazione perfetta tra il DNA di un umano e quello di un vampiro. Il “Diurno”, così chiamato dalle sue prede, inseguendo una delle sue vittime si imbatterà nella dottoressa Karen Jonson. Essendo stata morsa, l’ematologa verrà salvata da Blade che la porterà con se ed il suo mentore Whistler, coinvolgendola nella sua caccia più grossa: la ricerca del Diacono Frost.

Partendo, come al solito, dalla regia: Norrington si comporta discretamente. Il suo non è un lavoro particolarmente pregiato ma, per il film che è, basta e avanza. Si nota qualche imperfezione soprattutto nelle scene di combattimento, che rivelano la mano ancora inesperta del regista. Blade è infatti il suo secondo (di quattro) film e, certamente, questo traspare dalle riprese. Chicca del lavoro alla regia di Norrington è, in qualche modo, l’invenzione del “bullet time”, che come sappiamo verrà poi ripreso e reso famoso dal ben più noto Matrix. Passando agli attori: Wesley Snipes interpreta Blade, il cacciatore di vampiri cupo e incazzato (nero). Non avendo mai letto un fumetto su Blade non posso criticare o apprezzare il ruolo di Snipes che, comunque, riesce a mio avviso a calarsi nel personaggio interpretando la parte dell’antieroe abbastanza bene. Nessun merito particolare agli altri attori che si mantengono sulla sufficienza. Una cosa che, invece, mi ha colpito sono stati gli effetti speciali. Rozzi ed al contempo divertenti, gli effetti strizzano l’occhio ai film splatter di serie B. Sinceramente, non so se sia stata una mossa voluta da parte degli autori ma, sicuramente, è un’aspetto che conferisce al film un fascino non indifferente. Memorabile la scena col “custode” del Database dei vampiri o le “fatality” che Blade riserva ai vampiri usando il siero EDTA. E se da un lato il film guadagna punti grazie agli effetti speciali, dall’altro li perde per colpa di alcuni plot hole non indifferenti. E come se non bastasse, ad accompagnare i già tremendi plot hole troviamo anche alcuni cliché cinematografici di cattivo gusto, qualche battuta fuori luogo e qualche scena assolutamente evitabile. Tornando alle note positive, ho apprezzato invece le ambientazioni che, spesso, conferiscono quel tocco in più di cupo, tetro e “vampiresco” alla scena.

In conclusione: diciamocelo, Blade è un film ignorante e come tale, va apprezzato sia per i suoi pregi che per i suoi difetti. In linea di massima rimane un film discreto, ottimo per passare un po’ di tempo, magari vedendolo con degli amici. Sicuramente, senza plot hole e amenità varie, il film avrebbe sicuramente meritato molto di più ma, alla fine, ci va anche bene così. Ah, sicuramente il migliore della Trilogia, non essendo, come gli altri, una banale commercialata. In sostanza, un buon esperimento. Peccato non abbiamo saputo sfruttare bene ciò che avevano creato col primo capitolo. Un film ignorante, crudo, ed estremamente tamarro.

Voto: 7

RJ

ps. Ecco una delle scene, la prima per la precisione, in cui Blade fa il tamarro in mezzo ai vampiri.

http://www.youtube.com/watch?v=yJt2N7LSptg

RJ

L’Attimo Fuggente - Oh Capitano! Mio Capitano!

L'Attimo Fuggente

L’Attimo Fuggente (1989) - Dead Poets Society - di Peter Weir.

A chi non è capitato di odiare un professore ai tempi della scuola? Domanda retorica, lo so, ma legittima. Magari avessimo avuto la fortuna di avere anche noi il professor Keating come insegnante, ah, come sarebbe stato bello. Purtroppo non ci rimane altro che guardare le vicende dei fortunati, e neanche troppo, studenti della Welton Academy sperando che qualcuno nel mondo faccia il Keating della situazione, regalando a pochi eletti il privilegio di un’istruzione quasi utopica. Ma andiamo con ordine.

1959, Vermon, Stati Uniti D’America. E’ l’inizio di un nuovo semestre alla Welton Academy e, alla cerimonia di apertura, viene presentato il nuovo insegnante di Lettere, il professor Keating. Keating, ex studente dello stesso collegio, riesce ad ammaliare un gruppo di studenti della sua classe grazie ai suoi atipici metodi d’insegnamento. Il gruppo, che si darà il nome di “Setta dei Poeti Estinti” in onore del professore, cambierà totalmente il modo di approcciarsi alla vita avvicinandosi al mondo della poesia.

Sia la regia che la colonna sonora del film non eccellono, mantenendosi comunque su buonissimi livelli. Eccellente è invece l’interpretazione di Robin Williams, unico vero pezzo grosso nel cast anche se, al tempo, ancora agli inizi. Probabilmente sarà proprio L’Attimo Fuggente a lanciare l’attore che riesce a far divertire, a far commuovere, a far piangere e, sopratutto, ad insegnare. Perché L’Attimo Fuggente non è soltanto un film maqualcosa di più. E’ un insegnamento per la vita, un invito a essere se stessi, una spinta a lasciarsi andare ed abbracciare la vita stessa. E la filosofia del Carpe Diem permea interamente il film entrando in contatto con i personaggi e mutando il loro comportamento. Perché proprio di questo parla il film, di come dei boccioli possano aprisi, irradiati da una luce intensa. Una metafora, si, che però rende perfettamente l’idea dell’importanza e del ruolo che gioca il professore nelle vite dei suoi studenti. Il punto forte del film è indubbiamente la sceneggiatura, che vincerà il premio Oscar nel 1990 come Miglior Sceneggiatura Originale. Numerose sono infatti le citazioni che elevano il film a capolavoro e che ci regalano delle intense emozioni, raggiungendo il culmine nello splendido e toccante finale.

In Conclusione: il film non andrebbe giudicato solamente con “occhio” cinematografico ma andrebbe accuratamente analizzato e sopratutto capito, anche leggendo e rileggendo le varie poesie che Keating e i ragazzi citano nel corso del film. Le tematiche trattate sono altresì importanti: l’importanza dell’istruzione e dell’insegnamento, la liberta di pensiero ed il rifiuto al conformismo, ilCarpe Diem, l’antitesi tra la novità (Keating) e le tradizioni (Collegio Maschile Walten), il rapporto genitori-figli. Insomma, un film che sicuramente ci lascia dentro qualcosa e che, sicuramente, andrebbe visto e fatto vedere.

Voto: 9

RJ

Vi lascio con la presentazione del Professor Keating ai suoi studenti.

http://www.youtube.com/watch?v=b6ptmbC3jTE

I cento passi

Locandina

Non so perchè io abbia aspettato così tanto a vedere un film che mi è tanto vicino. Se la mafia adesso non è più invisibile lo si deve anche a persone come Peppino Impastato, che hanno pagato a caro prezzo la libertà.

Peppino ha lottato strenuamente per il suo paese e per la Sicilia intera, per urlare forte che la mafia è “una montagna di merda”.

Ma perchè “cento passi”? Perchè cento passi c’erano da casa di Peppino a quella del boss mafioso Tano Badalamenti.

La trama coincide con l’effettiva storia di Peppino: Peppino Impastato, figlio di Luigi, amico della “famiglia”, si trova già dalla giovane età ad avere rapporti con la realtà mafiosa e, a differenza del padre, tenta di allontanarsene. Anche grazie all’incontro con Stefano Venuti, un pittore comunista che diventerà anche una sorta di figura paterna per Peppino, la voce del ragazzo si farà sentire sempre di più fino all’apertura di Radio Aut. E proprio Radio Aut sarà causa della fine di Peppino, ucciso una notte del 1978, diventato troppo scomodo per vivere ancora.

I cento passi è un chiaro esempio di come non servano i soldi per fare un buon film, ma cuore. Il cuore di tutti i Siciliani che hanno lottato e continuano a lottare contro la mafia, piaga della Sicilia intera.

E nonostante l’omicidio di Peppino sia rimasto nell’ombra dell’altrettanto efferato omicidio di Aldo Moro, il ricordo di Peppino è arrivato fino a noi forte e vivo.

Grazie anche alla splendida colonna sonora, il film risulta essere buono sotto molti punti di vista. Una buona recitazione, soprattutto da parte del protagonista Luigi Lo Cascio, che interpreta Peppino, Tony Sperandeo e Luigi Burruanu che interpretano rispettivamente Tano Badalamenti e Luigi Impastato.

Concludendo: I cento passi è un film che andrebbe visto da tutti. Non è un vero e proprio film sulla mafia, è un film sulla libertà, su un uomo che ha provato a cambiare, nel suo piccolo, il mondo. Ma anche se non c’è riuscito, Peppino non ha perso. La morte di Peppino non è stata vana. Grazie a lui, ancora di più, sappiamo e possiamo dire con forza che la mafia è una montagna di merda.

Voto: 8

RJ.

ps. Vi lascio con una traccia dei Modena City Ramblers chiamata appunto “I 100 Passi” che ci racconta in breve la storia di Peppino.

http://www.youtube.com/watch?v=KUpcxdg2Iqs

The Watcher - WTF !?

The Watcher

Avete presente quando guardate un film e, arrivati a metà, continuate a vederlo per inerzia? Non che il film vi piaccia, certo. Ma c’è qualcosa che vi spinge a continuare a guardare per vedere fino a che punto può arrivare il cattivo gusto della gente.

Questo è quello che mi è successo guardando The Watcher. Un film che prova a unire elementi provenienti da diversi generi in un’unica imperfetta poltiglia. C’è da dire che il film l’ho visto spezzettato e non tutto in un unico giorno però il risultato non viene alterato più di tanto.

Un protagonista veramente “sottile” e un Keanu Reeves fuori posto non aiutano la pellicola a salvarsi dalla gogna. Un film sì ormai abbastanza vecchiotto che però risulta di cattivo gusto anche grazie ai pessimi effetti speciali.

E ancora più improbabili sono le reazioni dei protagonisti nel corso della storia che può essere riassunta così: un agente dell’FBI viene trasferito a causa di frequenti attacchi di nervosismo provocato dall’incessante ricerca di un serial killer durata ben 8 anni. Trasferitosi, l’agente ritornerà ad affrontare il suo vecchio nemico trasferitosi anch’esso per iniziare una sorta di gioco con l’agente che si ritroverà a dover combattere non solo la sua nemesi ma anche se stesso.

Potrebbe sembrare una trama dai buoni presupposti, certo. Presupposti annientati già dai primi 10 minuti di film.

Concludendo: il film è veramente ma veramente privo di senso. Un film noioso e assolutamente evitabile. Memorabile la scena in cui l’agente strattona i passanti per ottenere informazioni utili alla ricerca di una ragazza, ennesima vittima del serial killer.

Voto: 3

RJ.